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L’opinione di Marco Grieco

Con Joe Biden gli Americani tornano alla casa del padre

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Da Mickey Mouse a Kennedy, l’esito delle elezioni americane 2020 è segno di una riconciliazione profonda: quella degli Americani con il proprio padre.

Joe Biden presidente Usa

Tre giorni di spoglio per decretare, senza se e senza ma, Joseph Biden 46esimo presidente degli Stati Uniti. Una verità che aveva bisogno di cifre nero su bianco per smontare un presidente uscente che non ha mai voluto credere ai numeri.

Lo ha fatto nei tempi duri della pandemia: con quasi 10 milioni di casi registrati il giorno della sua disfatta, il presidente uscente si è opposto alle cifre. Eppure, con 75 milioni di voti, Biden è il presidente più eletto della storia Usa, simbolo di una rimonta democratica che non è stata uno scatto di velocità, ma una maratona pacata verso la fiducia, anche in stati impensabili, come le roccaforti repubblicane di Georgia e Arizona.

Ma forse nel voto a Joseph Biden, che ha richiamato giovanissimi e adulti a votare un 77enne, c’è di più. Forse quello che stiamo vedendo è il canto di un Paese dove la crisi di fiducia aveva raggiunto un punto di rottura. L’era Biden – come titola oggi 8 novembre The New Yorker – è un giro di boa nemmeno troppo sofisticato su una rotta trumpiana provocatoria e maligna: ci sono voluti quattro anni perché il Paese dei numeri primi comprendesse che si può salire sul podio senza ostentare le medaglie dorate, che forse i veri number one americani restano dei falliti che si oppongono al loro destino.

Era appena iniziata la pandemia, quando il giornalista Tim Elliott comparava Donald Trump a Giulio Cesare, ravvisando in entrambi l’intenzione palese di soffocare ogni dibattito. Ma in democrazia, si sa, il dibattito è tutto, anche quando è implicito. Lo abbiamo visto con il flop del comizio trumpiano a Tulsa in Oklahoma: per la prima volta, si sono espressi anche i giovanissimi su una piattaforma, TikTok, di certo non nata per argomentare di politica.

Dietro l’elezione di Biden c’è qualcosa di più profondo e primigenio: con questa scelta, gli Americani scelgono di ritornare alla casa del padre. Tutta la storia americana può essere interpretata come la ricerca costante di un rapporto paterno. Mickey Mouse di Walter Disney è un topo senza padre, ogni icona a stelle strisce, dalla letteratura ai miti pop, esprime in negativo questo vuoto da sopperire, segno che il mito d’America è una narrazione ribaltata, dove l’eroe non è Ulisse, ma il figlio Telemaco che si mette sulle sue tracce.

Ecco allora che la vittoria di Joe Biden è il sogno di una catarsi che si avvera. Quell’uomo anziano, un presidente – diciamocelo – fragile nel marasma di un virus che minaccia proprio gli anziani, è il padre che gli Americani cercavano, l’uomo della Pennsylvania a cui due volte il destino – non Dio, Biden è il secondo presidente cattolico degli Stati Uniti – ha negato la paternità: una prima volta nel ’72, con la morte della figlioletta di 13 mesi, una seconda nel 2015, con la tragica scomparsa del figlio Beau. L’elezione di Biden arriva esattamente 60 anni dopo quella di John Fitzgerald Kennedy, anch’egli segnato dalla morte del fratello Joe in un bombardamento e della sorella Kick in un incidente aereo. Anch’egli espressione di crepe insanabili che solo i padri sanno portare e accogliere. Il suo assassinio, tre anni dopo, fu l’elegia funebre di un Paese che aveva appena rinsaldato una legame familiare.

In una narrazione apologetica, Joe Biden sarebbe politicamente un fallito: senatore giovanissimo, ha perso due corse presidenziali per poi diventare il secondo posto del carismatico Obama in un’era che pareva avere inciso a caratteri cubitali la rottamazione dei tempi passati.

Ora quel passato bistrattato ai limiti del rifiuto diventa il luogo del conforto: “I nostri giorni migliori sono ancora davanti” recita lo slogan della corsa presidenziale scelto da Biden a gennaio scorso: il passato resta l’ancora del futuro, alla stregua di un padre che resterà il modello per i suoi figli.

Lucano classe 1987, archeologo di formazione, ha conseguito un master in giornalismo alla Eidos Communication di Roma e uno in comunicazione culturale alla Business School del Sole 24ORE. Collabora con TPI, L'Osservatore Romano e The Vision. Ha un podcast di approfondimento giornalistico, Point of News, e collabora con Notizie.it.


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Marco Grieco

Lucano classe 1987, archeologo di formazione, ha conseguito un master in giornalismo alla Eidos Communication di Roma e uno in comunicazione culturale alla Business School del Sole 24ORE. Collabora con TPI, L'Osservatore Romano e The Vision. Ha un podcast di approfondimento giornalistico, Point of News, e collabora con Notizie.it.

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