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Eutanasia: in Italia è possibile?

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Piergiorgio Welby, uno dei volti simbolo della battaglia per la regolamentazione dell'eutanasia in Italia, in un'immagine risalente a poco prima della morte.

Da Eluana Englaro a Piergiorgio Welby, fino al più recente caso di Fabiano Antoniani: in Italia l’eutanasia è ancora oggetto di un acceso dibattito etico.

I nomi di Eluana Englaro, Piergiorgio Welby e – soprattutto per gli Stati Uniti, malgrado l’eco mediatica del caso si sia diffusa in tutto il mondo – Terry Schiavo riecheggiano sinistri come un monito imperituro. E sollevano, da sempre, la stessa domanda: è giusto disporre della vita altrui? È corretto decidere la morte di altre persone? E deciderne la vita? La questione si è riproposta con forza nelle ultime settimane, sulla scorta del caso di Fabiano Antoniani, trentanovenne DJ milanese rimasto vittima di un incidente stradale che lo ha reso cieco e tetraplegico, e che con il supporto dell’Associazione Luca Coscioni si è rivolto direttamente al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per porre fine a quella che considera una non vita.
Il tema dell’eutanasia, in sostanza, gira intorno a questo dilemma etico, cui le varie comunità hanno dato, negli anni risposte diverse.

La Chiesa Cattolica, ovviamente, equipara la “buona morte” all’omicidio, e non accetta negoziazioni a riguardo: la vita è inviolabile, si tratta di un dogma e come tale non può essere oggetto di trattative. Altri paesi, come la Svizzera e il Belgio, al contrario, hanno un approccio decisamente laico alla materia: in situazioni di stato vegetativo irreversibile, si può scegliere di morire sotto assistenza medica, garantita dallo Stato; nel paese delle Fiandre, tale pratica è garantita per legge anche ai minori. In Italia, come in altri paesi – si pensi agli Stati Uniti, in cui c’è una legislazione specifica per ogni Stato -, la situazione è più controversa, e si avviluppa intorno a soluzioni più o meno di compromesso, con alcuni significativi snodi normativi tuttora al vaglio delle camere: è il caso, nel nostro paese, del cosiddetto testamento biologico.
Di fatto, in Italia, l’eutanasia – sia attiva, cioè induzione della morte con il consenso del degente, che passiva, vale a dire sospensione delle cure necessarie al mantenimento in vita – è una pratica illegale, equiparata all’omicidio volontario, e come tale sottoposta alle sanzioni previste dal codice penale (articoli 575 e 580) secondo i casi di specie.

Esiste tuttavia una sentenza della Cassazione Civile Sez. I n. 21748/07 che demanda a un giudice la facoltà di autorizzare la disattivazione dei presidi sanitari necessari al mantenimento in vita di una persona in stato vegetativo del quale sia stata documentata e accertata l’irreversibilità. Perché ciò sia possibile, deve sussistere il consenso documentato e accertato – anche indirettamente – del paziente, e tale consenso deve essersi manifestato nella sua forma più consapevole. È questo lo snodo che dovrebbe portare, un giorno (instabilità politica permettendo), a una legge compiuta sul testamento biologico che garantisca la piena tutela dei malati.


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