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La crisi del calcio, quanto è cambiato lo sport più amato? Lo raccontano Franco Vanni e Matteo Spaziante nel nuovo libro

"Il calcio ha perso. Vincitori e vinti nel mondo del pallone" è il nuovo libro dei giornalisti Franco Vanni e Matteo Spaziante: uno spaccato perfetto del calcio di oggi.

Franco Vanni calcio
Franco Vanni calcio

Quanto è cambiato il mondo del calcio. Sport per eccellenza della cultura italiana, fatto di atleti appassionati che con il pallone tra i piedi hanno dato lustro al nostro Paese, trionfando nel mondo. Uno sport che ti coinvolge, che negli anni ha attratto migliaia di tifosi e il suo show resta eterno.

Tuttavia, la genuinità delle origini è forse andata perduta: la comunità calcistica assume oggi contorni quasi esclusivi e i giocatori appaiono dei privilegiati intoccabili, lontani dal popolo che li idolatra e li segue con affetto partita dopo partita. A raccontare i cambiamenti dello sport più amato sono i giornalisti Franco Vanni e Matteo Spaziante con il loro libro “Il calcio ha perso. Vincitori e vinti nel mondo del pallone” (Mondadori, 216 p), nel quale ricostruiscono tutte le storture di un sistema malato, che non è stato in grado di produrre anticorpi resistenti.

Uno spaccato perfetto per descrivere il calcio di oggi.

Franco Vanni e Matteo Spaziante, il nuovo libro è “Il calcio ha perso. Vincitori e vinti nel mondo del pallone”

Una volta il calcio era definito “lo sport del popolo”. Oggi, al contrario i tifosi sono chiamati a mantenere il carrozzone, sono spinti ai margini, a distanza da stadi blindati e dai propri idoli. Come ben spiegato nel testo, frutto di un’analisi attenta e appassionata, i calciatori rappresentano oggi un’élite di privilegiati intoccabili, distante anni luce dalla società reale.

Non solo: i club invocano ristori e aiuti di Stato e intanto bruciano centinaia di milioni di euro in stipendi al di sopra delle proprie risorse finanziarie, anche in piena pandemia. La dedica di Vanni e Spaziante è indirizzata “ai tifosi che nonostante tutto ci credono”.

“La pandemia è stato un detonatore che ha inciso sulla situazione economico-finanziaria già esplosiva del mondo del calcio, in Italia in particolare. È stata però anche una grandissima scusa: in nome del Covid i club hanno chiesto ristori, sconti e tempo per il pagamento delle tasse al governo.

È difficile per un mondo che continua a pagare stipendi da molti milioni ai calciatori pretendere soldi pubblici. Infatti, quasi ovunque hanno avuto risposte negative”, ha sottolineato Franco Vanni.

I dati ufficiali della Lega Serie A, che riunisce i 20 club del massimo campionato italiano, certificano che nella stagione 2019-2020 la chiusura da marzo in poi degli stadi dettata dalle limitazioni anti-Covid ha portato danni che ammontano a 108,2 milioni di euro. Nel 2020-2021 le mancate entrate hanno pesato sulle casse dei club per 317,9 milioni. Nel biennio, quindi, la serrata è costata alla Serie A 426,1 milioni. Ad aggravare la crisi è il calo dei ricavi commerciali, ma anche gli sconti pretesi da sponsor e televisioni, sostenendo che un calcio senza pubblico dal vivo abbia meno appeal anche su schermo, con un conseguente calo di spettatori incollati davanti alla tv.

Commentando la situazione che il calcio ha affrontato nel periodo pandemico, Vanni ha aggiunto: “I nerazzurri hanno chiuso l’ultimo esercizio con un passivo di 245,6 milioni, i bianconeri di 210. Colpa del Covid? Certo. La chiusura degli stadi e la crisi globale sono state dure mazzate”. Quindi ha precisato: “Il sistema non era attrezzato per incassarla. Juve a parte, nessuno dei maggiori club italiani ha uno stadio di proprietà. Gli investitori stranieri che hanno acquistato società italiane proprio nella speranza di arricchirsi costruendo impianti con annesse aree commerciali e residenziali, spesso sono rimasti impigliati in una giungla di divieti e burocrazia”.

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Anche il calcio invoca i ristori

Il Governo cerca di introdurre nuove misure per aiutare i cittadini colpiti dalla pandemia, ma non solo: persino le società calcistiche invocano i ristori per le perdite dovute alla pandemia.

L’autore, infatti, spiega: Da tempo la Serie A spera di intercettare aiuti pubblici, ma intanto non riesce a far fruttare il patrimonio che già ha. A partire proprio dagli stadi: vecchi, spesso fatiscenti, non progettati per il calcio e di proprietà dei Comuni. L’indebitamento complessivo dei club di Serie A negli ultimi dodici anni è più che raddoppiato, avvicinandosi ai 5 miliardi di euro. Le società che bruciavano cassa già prima del Covid con la pandemia si sono trasformate in inceneritori, e hanno persino il coraggio di chiedere i ristori?”.

Nel libro viene menzionata l’Annual Review of Football Finance, pubblicata nel luglio 2021 da Deloitte, in cui si attesta come in Italia i ricavi da stadio aiutino i bilanci delle società calcistiche meno che in altri campionati. La chiusura causa Covid ha dato un duro colpo alle finanze dei club nostrani, ma meno che in altri campionati in cui le entrate legate allo sfruttamento degli impianti sono maggiori grazie a strutture di proprietà, con ristoranti, negozi e spazi per eventi legati alla partita. In una nota a commento del report, Deloitte precisa: “Data la storica mancanza di investimenti negli stadi italiani, e quindi ricavi da matchday relativamente bassi, in termini assoluti la diminuzione degli introiti da stadio è stata quasi la metà di quella registrata da Premier League e La Liga, e un terzo del calo rispetto alla Bundesliga”.

Perché e che cosa ha perso il calcio?

“Il calcio ha perso”, partendo dalle persone, dai calciatori e da quelli che vengono considerati i veri padroni del mondo del pallone di oggi, i procuratori, passa ai club e ai nuovi assetti societari internazionali per arrivare alle istituzioni, come la Lega di Serie A, travolta dalle dimissioni del Presidente Paolo Dal Pino e dalla fumata nera anche per la possibile nomina al vertice del numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi.

Un sistema al collasso che deve fare i conti con un altro grande nemico. Vanni lo spiega chiaramente: “Parliamo di tutto ciò che distrae i giovani, la tanto chiacchierata Generazione Z, dal mondo del pallone. Questo, quantomeno, è quello che ha lasciato intendere Gianni Infantino, presidente della FIFA, spiegando da dove nasca l’idea di far disputare la Coppa del Mondo ogni due anni, rispetto ai quattro anni di distanza tra un Mondiale e l’altro, come avviene fin dalla prima edizione del 1930. Da qui l’attenzione sempre più forte, e a colpi di battaglie legali, per gli eSports”.

Nemmeno il Financial Fair Play, introdotto nel 2009, è stato in grado di risollevare le sorti – e i bilanci – delle
società. Il Financial Fair Play è stato ideato per evitare che i club si indebitassero troppo con fallimenti a catena, ma anche per spingere le squadre verso il pareggio di bilancio e creare così maggiore competitività. Tuttavia, in poco più di un decennio, fino al 2020, l’intento non è stato raggiunto. La UEFA, infatti, ha annunciato di rivedere le norme in modo da limitare ulteriori abusi del calciomercato.

Lo scrittore analizza i cambiamenti del calcio e individua possibili soluzioni per migliorare. “Se il calcio continua a vedersi come un’industria – la terza del Paese si dice, ma non è così – rischia di perdere il senso per cui le persone continuano a esserne appassionate, ovvero l’essere uno sport corale, in grado di provocare emozioni. Nel ciclismo c’è un detto: se corri per diventare ricco non vincerai mai il Tour de France, ma se corri per vincere il Tour de France è probabile che diventerai ricco”. Il motto è semplice ed essenziale al contempo: Lo sport prima del guadagno. Una ricetta semplice. C’è da scommettere che possa funzionare anche per il calcio”.

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