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L’Australia fra i fasti del tennis e le devastazioni delle alluvioni

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Nella mia routine di scriba del tennis, non appena sbarcato, apro la televisione che offre notizie sull’Australian Open, e seguo l’intervista della bellissima Maria Sharapova, intenta a deplorare una non meno attraente, rosea, liscia spalla destra che ne ha interrotto i successi per più di un anno, ma che ora, dopo molto soffrire, dovrebbe essersi convinta a collaborare con la sua proprietaria per riprendere una vittoriosa carriera.

Non ho finito di augurarmi di vedere Maria meno sfortunata che il programma muta, e la sorridente immagine della tennista viene repentinamente sostituita da un gruppo di persone piangenti, sul palcoscenico di uno scenario catastrofico. Dietro a quello che pare un coro di prefiche, intravvedo i frammenti di uno scenario apocalittico, mentre lo speaker illustra i risultati dell’alluvione che ha colpito Brisbane, causa lo straripare del fiume che da il nome alla città.

Dalla laguna di fango bruno rossastro che osservo incredulo, sporgono qua e là tetti di case, resti di staccionate, di rotaie, di alberi sdradicati, scheletri di auto, autobus, vagoni ferroviari, quasi
si trattasse di un presepe sconvolto da un folle, di qualcosa incredibile per essere un pezzo di realtà. Spiega, lo speaker, che a Brisbane qualcosa di simile era accaduto nel lontano 1974, e che dieci anni dopo, per prevenirne una ripetizione, si era costruita una diga a nome Wivenhoe, che doveva mettere al sicuro la città dagli eccessi di pioggia che rendono questo grande Paese non meno immune che dagli abituali grandi incendi della stagione calda.

Nel tentativo di razionalizzare in termini statistici il dramma, cadevano sugli incauti ascoltatori le cifre del disastro. In una città di due milioni di abitanti, l’alluvione aveva invaso e sommerso quarantamila edifici, lasciato senza tetto quasi un decimo della popolazione, cancellate millecinquecento strade e, quel ch’è peggio, causato una ventina di morti e una cinquantina di dispersi. Addirittura veniva riferito un flash dell’amministratore del Queensland, lo stato ferito , Andrew Fraser, che valutava per ora, i danni in sei miliardi di dollari australiani, una delle valute di recente più rivalutate del mondo nei riguardi del povero euro.

Ma simile considerazioni erano certo meno impressionanti della foto di una bimba dai grandi occhi azzurri, e dal sorriso aperto su due dentini da latte, Jessica Keep. Suo zio Darren Keep , vivo per miracolo, racconta la storia della disperata lotta di suo fratello Matthew nel tentativo di salvare la moglie Stacey, incinta, e i loro tre bambini. La corrente della casa inondata travolse Stacey, aggrappata con una mano a una grondaia, mentre con l’altra reggeva la piccola, finché entrambe si impigliarono in filo metallico, che finì col separarle. Come se ne rese conto, la mamma cessò di resistere, e venne trascinata via, sinché incredibilmente giunse un elicottero, il cui pilota rischiò la vita per salvarla”.

Salvarla da che, mi viene da domandarmi, mentre il pilota dell’elicottero, Mark Kempton, dichiara in lacrime: “Non importa quanti riuscite a salvarne, anche perché per ognuno che tirate fuori ve ne sfugge un altro”. Avrei chiuso vigliaccamente la TV, a questo punto, non fosse apparsa un’altra immagine, quella di uno specialista della difesa civile contro il fuoco. Sfuggito a infiniti incendi, Garry Jibson era impegnato nell’opera di salvataggio, quando il muro d’acqua ha travolto il suo camion da pompiere, sul quale cercava di sottrarre al pericolo la moglie Llync, suo figlio dodicenne Garry jr, e sua figlia Jocelyn, di cinque anni . Come ha scritto, in proposito, il giornale Herald Sun, Garry non ha ancora trovato la forza di comunicare il dramma all’unico suo figlio salvatosi, Zachary, di sette anni. Ma non credo sia il caso di continuare.
di GIANNI CLERICI
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