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Padrenostro: trama e recensione del film con Favino andato a Venezia

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Recensione di Padrenostro, il film premiato alla Mostra di Venezia e uscito al cinema, con Pierfrancesco Favino

Padrenostro è al cinema!

Il film che ha permesso a Pierfrancesco Favino (Hammamet) di vincere la prestigiosa Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile all’ultima Mostra del Cinema di Venezia è uscito nelle sale.

Padrenostro, diretto da Claudio Noce (regista di Good morning Aman) e scritto in coppia con Enrico Audenino, è ispirato a un fatto realmente accaduto al padre del regista, ormai deceduto.

A distribuirlo nei cinema è Vision Distribution, mentre tra i produttori figura il nome di Favino stesso.

Il cast di Padrenostro

Nel cast del film primeggia il carisma di Pierfrancesco Favino, che nei panni del vicequestore Alfonso Le Rose, offre l’ennesima interpretazione convincente della sua carriera.

Suo figlio Valerio, il vero protagonista della storia, è interpretato dal giovanissimo e credibile Mattia Garaci.

Francesco Gheghi è Christian, l’amico misterioso. E anche lui, come tutto il cast del resto, dimostra grande affiatamento e amore verso i propri ruoli.

Gina Le Rose, madre di Valerio e moglie di Alfonso, è interpretata dall’attrice Barbara Ronchi (Tornare).

La trama del film

Roma, anni ’70.

Valerio Le Rose è un tranquillo bambino di dieci anni che con la madre una mattina assiste all’attentato da parte di un gruppo di terroristi ai danni del padre, che fortunatamente si salva.

Quella stessa estate, mentre la famiglia è impegnata nel metabolizzare l’accaduto e il padre tornare a casa, Valerio fa la conoscenza di Christian, un ragazzino dal carattere enigmatico poco più grande di lui.

La recensione di Padrenostro

A sei anni da La foresta di ghiaccio, il regista Claudio Noce torna finalmente al cinema.

E c’è da esserne lieti, per più di un motivo.

Attraverso gli occhi di Valerio, un bambino di dodici anni, Noce ci racconta di un’epoca cruciale, di un episodio traumatico, e soprattutto di un padre assente, metafora del genitore del regista.

È come se Favino, interpretandolo, potesse consentire a Noce di provare a comprendere suo padre, comunicandogli tutto quello che non ha potuto dirgli in vita.

Grazie alla scenografia, i costumi, la cura dei dettagli e alla fotografia di Michele D’Attanasio (Lo chiamavano Jeeg Robot), il film riesce a restituire il sapore e i colori degli anni ’70.

Però ci sono anche dei problemi. Le note negative di questo lavoro stanno, innanzitutto, nella gestione del personaggio di Christian, il ragazzo con cui il giovane protagonista fa amicizia.

Svelarne da subito la natura immaginaria non penso abbia giovato allo sviluppo della narrazione, togliendo mistero e fascino alla pellicola.

Resta l’amaro in bocca anche per l’ultima mezz’ora. La narrazione perde lucidità e pare non sapere più che strada prendere, fermandosi e non andando fino in fondo con i temi introdotti fino a quel momento.


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