Restano stabili le condizioni di Vittorio Sgarbi, ricoverato in Terapia Intensiva al Policlinico Gemelli di Roma dopo essere stato portato d’urgenza in ospedale mercoledì 30 settembre per un’insufficienza respiratoria. A raccontare le ore che hanno preceduto il ricovero è stata la compagna Sabrina Colle, con un articolo pubblicato domenica 4 ottobre su Il Giornale, nella pagina di Copernico che normalmente ospita la rubrica curata dallo stesso critico d’arte ed ex sottosegretario alla Cultura.
Vittorio Sgarbi: cosa è successo prima del ricovero al Gemelli
Nella rubrica “Davanti all’immagine“, curata da dieci anni da Sgarbi, il quotidiano diretto da Tommaso Cerno ha scelto di pubblicare, in questo momento così delicato, il racconto della sua compagna. Colle ricostruisce le ore che hanno preceduto il ricovero, spiegando che martedì “andava tutto bene“.
Quel giorno un infermiere del Gemelli, Luca, era passato a casa per occuparsi dell’idratazione di Sgarbi e somministrargli un antipiretico. La situazione sarebbe però cambiata il mattino successivo. “Mi accorgo che Vittorio non respira bene“, racconta Colle nel suo articolo.
Da quel momento è iniziata la corsa verso il Policlinico Gemelli. La compagna ha quindi trascorso alcune ore da sola nella sala d’attesa del Pronto soccorso, fino a quando le è stato permesso di raggiungere Sgarbi nel reparto di Rianimazione.
Il critico d’arte è attualmente seguito in Terapia Intensiva e, secondo l’ultimo bollettino medico, le sue condizioni restano stabili.
Il racconto di Sabrina Colle sul ricovero in ospedale
Nel suo scritto Colle racconta anche ciò che ha visto durante quelle ore all’interno del Gemelli. Descrive l’ospedale come un labirinto nel quale è facile perdersi, ma che, attraversato a piedi, permette di incontrare “un pezzo di vita diverso” in ogni corridoio: la nascita, la malattia, l’invecchiamento e la morte. Esperienze diverse che, osserva, “non sono separati, ma convivono“. Attraversare quei reparti mentre sta vivendo “uno dei momenti più difficili” della sua vita, scrive ancora, l’ha colpita profondamente e le ha fatto comprendere ancora di più “quanto la nostra esistenza sia fragile e preziosa”. Da questa esperienza nasce anche una riflessione sul ruolo degli ospedali, che per Colle dovrebbero essere “una delle espressioni più alte di umanità e civiltà“: è infatti nel modo in cui si prende cura di chi soffre, secondo la sua riflessione, che si misura il valore di una società.
La compagna di Sgarbi dedica poi parole particolari al personale sanitario. Un tono, uno sguardo o un gesto possono creare immediatamente un rapporto di fiducia e far sentire una persona “protetti e nelle mani giuste“. Nel suo racconto cita anche i giovani che spingono le lettighe, chiamano gli ascensori, accompagnano i pazienti e aiutano i familiari che non riescono a orientarsi nei corridoi. Tra le immagini che più l’hanno colpita c’è quella di un giovane sanitario in camice verde che, poco prima del reparto, parla con due donne anziane e spiega loro le condizioni, “forse ormai irreversibili“, di una persona cara. Il sanitario porge loro dei fazzoletti e appoggia una mano sulle loro spalle. Un gesto di umanità che, racconta Colle, non cancella la paura e l’angoscia per le condizioni di Sgarbi, ma le permette di affrontare questo momento. “Quello che ho visto non ha cancellato la mia angoscia, ma mi aiuta a sopportarla“, scrive. Il suo racconto si chiude davanti alla porta della Rianimazione, con un’immagine che riassume tutta la preoccupazione vissuta in quelle ore: “Dall’altra parte di quella porta c’è Vittorio“.
