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Morto a 84 anni Ratko Mladić, il comandante serbo-bosniaco del massacro di Srebrenica

Morto a 84 anni Ratko Mladić, il comandante serbo-bosniaco del massacro di Srebrenica

Ratko Mladić morto a 84 anni all’Aia: l’ex generale serbo-bosniaco stava scontando l’ergastolo per genocidio e crimini di guerra.

È morto Ratko Mladić, l’ex comandante militare serbo-bosniaco diventato una delle figure simbolo della guerra in Bosnia. Condannato all’ergastolo dalla giustizia internazionale, era da tempo gravemente malato e si trovava detenuto all’Aia.

È morto Ratko Mladić, condannato all’ergastolo per genocidio e crimini contro l’umanità

Mladić è morto a 84 anni in una struttura ospedaliera penitenziaria dell’Aia, dopo aver sofferto negli ultimi anni di gravi problemi di salute, tra cui ictus e un infarto.

La notizia è stata riferita dall’emittente statale serba RTS e confermata anche dalla sottosegretaria serba Lidija Pavićević, che ha spiegato di aver ricevuto l’informazione dal figlio dell’ex generale, Darko Mladić. Negli ultimi mesi la Serbia aveva chiesto il suo rilascio per ragioni umanitarie, ma le richieste erano state respinte perché, secondo le autorità giudiziarie internazionali, riceveva in carcere le cure necessarie.

Generale dell’Armata Popolare Jugoslava, durante la dissoluzione della Jugoslavia Mladić guidò prima le forze serbe in Croazia e successivamente, con lo scoppio della guerra in Bosnia-Erzegovina, divenne capo di Stato Maggiore dell’Esercito della Republika Srpska. Fu comandante delle forze serbo-bosniache dal 1992 al 1996, nel conflitto che oppose principalmente bosgnacchi musulmani, serbi ortodossi e croati cattolici.

Il suo nome resta legato soprattutto al genocidio di Srebrenica del luglio 1995, quando circa 8mila uomini e ragazzi musulmani bosniaci furono uccisi.

Le vittime vennero separate da donne e bambini, trasferite in diversi luoghi, uccise e sepolte in fosse comuni. Alcune sepolture furono successivamente riaperte e i resti spostati nel tentativo di occultare le dimensioni del massacro. Dopo la conquista della città, Mladić dichiarò di averla «liberata», facendo riferimento a una vendetta contro quelli che definiva in maniera dispregiativa «turchi». Fu inoltre riconosciuto tra i principali responsabili dell’assedio di Sarajevo, durato quasi quattro anni e durante il quale morirono 11.541 abitanti, tra cui 1.601 bambini, secondo il Research and Documentation Center di Sarajevo.

La latitanza, l’arresto e la condanna all’ergastolo di Ratko Mladić

Dopo la guerra Mladić venne ricercato con le accuse di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, riuscendo tuttavia a sottrarsi alla cattura per quasi 16 anni. La latitanza terminò il 26 maggio 2011, quando fu trovato in una casa di campagna appartenente a un cugino a Lazarevo, nel nord della Serbia. Estradato all’Aia, durante un’udienza preliminare dichiarò: «Io sono il generale Ratko Mladic. Il mondo intero sa chi sono», aggiungendo: «Sono qui per difendere il mio Paese e il mio popolo, non Ratko Mladic».

Anche durante il processo continuò a presentarsi come un difensore del popolo serbo, mentre i suoi avvocati sostennero che non avesse autorizzato le stragi di civili musulmani e croati e ne chiesero l’assoluzione. Nel novembre 2017 arrivò la condanna all’ergastolo, poi confermata definitivamente in appello nel 2021.

La morte dell’ex generale ha suscitato reazioni soprattutto nel mondo politico e nazionalista serbo. Il quotidiano filo-governativo Politika lo ha ricordato come «comandante eterno dell’esercito della Republika Srpska» e «simbolo della difesa della Republika Srpska». L’ex presidente della Republika Srpska Milorad Dodik ha invece affermato che «La Republika Srpska non dimenticherà il suo ruolo», esprimendo rammarico per il mancato rilascio negli ultimi mesi di vita.

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