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Morte Diego Armando Maradona, la foto choc in aula: "Assistito da un gruppo di dilettanti"

Morte Diego Armando Maradona, la foto choc in aula: "Assistito da un gruppo di dilettanti"

Diego Armando Maradona, la morte e la foto choc in aula: le figlie Dalma e Gianinna si voltano durante la requisitoria. L’accusa denuncia gravi carenze nell’assistenza sanitaria.

La foto del corpo senza vita di Diego Armando Maradona torna al centro del processo sulla morte dell’ex fuoriclasse argentino. In aula, a Buenos Aires, il pm Patricio Ferrari ha mostrato l’immagine davanti alle figlie Dalma e Gianinna, accusando l’équipe medica di gravi negligenze. Per il neurochirurgo Leopoldo Luque sono stati chiesti 12 anni di carcere per omicidio volontario con dolo eventuale.

Maradona, il pm mostra la foto del cadavere: “Questo è ciò che gli hanno fatto, è morto così”

La fotografia del corpo senza vita di Diego Armando Maradona, con l’addome visibilmente gonfio, è tornata al centro del processo sulla morte dell’ex campione argentino. Durante la requisitoria davanti al tribunale di San Isidro, nella provincia di Buenos Aires, il pubblico ministero Patricio Ferrari ha mostrato nuovamente l’immagine scattata il 25 novembre 2020, giorno in cui il Pibe de Oro fu trovato morto.

Una scena particolarmente dolorosa per i familiari presenti in aula, tra cui le figlie Dalma e Gianinna, accompagnate dalla madre Claudia Villafañe.

Indicando l’immagine, Ferrari ha pronunciato parole durissime: «Così è morto Maradona», descrivendola come «il triste finale di quel 25 novembre» e la rappresentazione di una «morte annunciata». Per il magistrato, quella fotografia riassume le responsabilità di chi avrebbe dovuto garantire al paziente cure adeguate: «Questa immagine è il termine di tutto ciò che hanno fatto e non hanno fatto le persone che dovevano occuparsi della salute del paziente».

Anche il procuratore Cosme Iribarren ha ricordato l’impatto di quella scena, affermando: «Quell’immagine sarà indelebile». L’accusa ritiene che le condizioni del corpo costituiscano un elemento significativo nel ricostruire le ultime ore del campione, morto a 60 anni per una crisi cardiaca mentre si trovava in convalescenza nella sua abitazione, dopo un intervento per un ematoma subdurale.

Le accuse all’équipe medica e la richiesta di 12 anni per Leopoldo Luque

Come riportato da Il Fatto Quotidiano, al centro del procedimento ci sono sette imputati, accusati a vario titolo per le presunte responsabilità nella gestione sanitaria di Maradona dopo le dimissioni dalla Clínica Olivos, dove era stato operato al cervello. Tra loro figurerebbero il neurochirurgo Leopoldo Luque, la psichiatra Agustina Cosachov, lo psicologo Carlos Díaz, l’infermiere Ricardo Almirón, il suo responsabile Mariano Perroni, la coordinatrice di Swiss Medical Nancy Forlini e il medico clinico Pedro Di Spagna. Al termine delle arringhe conclusive, i pubblici ministeri Ferrari e Iribarren hanno avanzato le richieste di pena. Per Luque, ritenuto dall’accusa una figura centrale nella gestione del paziente, Ferrari ha chiesto 12 anni di reclusione per omicidio volontario con dolo eventuale.

Nel corso della requisitoria, il pubblico ministero ha descritto l’assistenza prestata al calciatore come un sistema privo di coordinamento e controlli adeguati. «La procura ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio l’esistenza di una struttura anarchica caratterizzata da una disorganizzazione assoluta», ha sostenuto, accusando il gruppo di aver disatteso gli obblighi assunti tra l’11 e il 20 novembre 2020 e di aver lasciato Maradona senza un’assistenza appropriata.

L’accusa ha inoltre sottolineato che il peggioramento non sarebbe stato improvviso, ma progressivo: secondo Ferrari, le valutazioni dei periti indicano che le condizioni del paziente erano gravemente compromesse già nei giorni precedenti al decesso. Tra gli elementi richiamati dall’accusa c’è soprattutto la valutazione secondo cui la morte sarebbe stata evitabile e le cure ricevute inadeguate. Il procuratore ha parlato di un “gruppo di dilettanti che ha dimenticato in ogni momento di avere a che fare con un paziente vulnerabile e complesso“.

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