La storia della figlia di Ratko Mladić, Ana, resta uno degli aspetti più drammatici della vita privata dell’ex generale serbo-bosniaco. La giovane morì a soli 23 anni nel 1994, nel pieno della guerra in Bosnia.
Dalla morte della figlia al massacro di Srebrenica: il legame ricostruito dalla scrittrice Clara Usòn
La morte di Ana continuò ad accompagnare Mladić anche negli anni successivi. Durante i sedici anni trascorsi da latitante, il generale avrebbe visitato di nascosto la sua tomba a Belgrado. Il giorno del suo arresto volle deporvi sei rose, prima di essere trasferito all’Aja per rispondere dei crimini commessi durante la guerra in Bosnia.
Il legame tra il dolore personale del generale e ciò che avvenne successivamente è uno dei punti centrali della ricostruzione di Clara Usòn.
Ana veniva chiamata dal padre “Stella” e, poche settimane dopo la sua morte, Mladić guidò l’offensiva contro Gorazde indicata con il nome in codice di “operazione Stella”. Nel luglio 1995 arrivò poi il massacro di Srebrenica, dove le forze serbo-bosniache uccisero circa ottomila uomini e ragazzi musulmani, nel più grave eccidio avvenuto in Europa dalla Seconda guerra mondiale.
Secondo l’interpretazione della scrittrice, la morte della figlia avrebbe rappresentato uno spartiacque nella vita del generale. «C’è un Mladić prima e dopo la morte di Ana. Un uomo impazzito dal dolore, disperato», ha spiegato Usòn, arrivando a sostenere che «Srebrenica sia stata una vendetta sul mondo». Una lettura interpretativa, non una conclusione giudiziaria, con la quale l’autrice prova a spiegare l’assenza di una logica militare nello sterminio.
Ratko Mladic è morto oggi, 27 agosto 2026, a 84 anni, dopo essere stato condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. La vicenda di Ana resta così il capitolo più intimo e tragico della sua storia familiare.
Morto Ratko Mladić: chi era la figlia Ana, si suicidò a 23 anni per la vergogna
Studentessa di medicina all’Università di Belgrado e intenzionata a diventare chirurgo, Ana era la primogenita e la figlia prediletta di Ratko Mladic. Tra i due esisteva un rapporto molto stretto: da ragazza aiutava il padre persino a smontare e pulire la sua Zastava, la pistola dell’accademia militare che, secondo i progetti del generale, un giorno sarebbe dovuta passare al futuro nipote. Con il passare del tempo, però, l’immagine dell’eroe che Ana aveva costruito attorno al padre avrebbe cominciato a sgretolarsi. Un passaggio decisivo sarebbe stato un viaggio a Mosca con alcuni amici, durante il quale la giovane entrò in contatto con racconti sulle violenze della guerra, dalle torture agli stupri. Secondo la ricostruzione proposta dalla scrittrice catalana Clara Usòn nel romanzo La figlia, dopo il ritorno Ana apparve profondamente cambiata, più chiusa e tormentata.
La giovane avrebbe inoltre scoperto particolari sempre più difficili da conciliare con l’immagine paterna: dalle violenze contro i civili durante l’assedio di Sarajevo fino alla presunta decisione di mandare deliberatamente al fronte un suo ex fidanzato. Nella notte del 24 marzo 1994, Ana aprì l’armadietto di casa, prese proprio la Zastava del padre e si sparò alla tempia. Aveva 23 anni.
Le ragioni del gesto non sono mai state chiarite definitivamente. Usòn ha indicato diverse possibili letture: il suicidio come rifiuto del padre, come conseguenza di una colpa divenuta insostenibile oppure come estremo tentativo di costringerlo a comprendere il dolore provocato agli altri: «mi ammazzo perché tu capisca». Ratko Mladić, tuttavia, non accettò mai la versione del suicidio, continuando a sostenere che la figlia fosse stata vittima di un «omicidio» o di una cospirazione.
