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Reazione di Teheran al comunicato Usa-GCC: accuse e rivendicazioni sullo Stretto di Hormuz

Reazione di Teheran al comunicato Usa-GCC: accuse e rivendicazioni sullo Stretto di Hormuz

Il ministero degli Esteri iraniano ha definito il comunicato congiunto Usa-GCC “interventionist, irresponsible and provocative”. I colloqui a Manama e il memorandum del 17 giugno sono al centro dello scontro diplomatico, con accenti su missili, droni, Hezbollah e il controllo dello Stretto di Hormuz.

Il recente comunicato congiunto tra Stati Uniti e Paesi del Gulf Cooperation Council (GCC) emesso al termine di un incontro ministeriale a Manama il 25 giugno, ha innescato una risposta dura da parte dell’Iran. Nella replica ufficiale il ministero degli Esteri iraniano ha bollato il testo come “interventionist, irresponsible and provocative” sostenendo che la dichiarazione distorce la situazione regionale e ripropone argomentazioni già avanzate da Stati Uniti e Israele.

Dichiarazioni e condizioni emerse dall’incontro di Manama

La riunione ministeriale a Manama è stata presieduta da Marco Rubio in rappresentanza degli Stati Uniti e da Abdullatif bin Rashid Al Zayani per il Bahrain, con la partecipazione dei ministri degli Esteri di paesi del Golfo come KuwaitOmanQatarSaudi Arabia e United Arab Emirates. Nel comunicato congiunto i ministri hanno espresso apprezzamento per il memorandum del 17 giugno tra Washington e Teheran, ma hanno chiarito che qualsiasi futuro rapporto economico con l’Iran sarà soggetto a condizioni rigorose: “any trade and investment with Iran is conditional and reversible”.

Il testo ribadisce anche un obiettivo condiviso, definito come la prevenzione dello sviluppo iraniano di armi nucleari“the shared objective of preventing Iran from ever developing or otherwise acquiring a nuclear weapon”. Sul piano della sicurezza regionale i ministri hanno sottolineato che la pace duratura richiede di affrontare tutto lo spettro delle minacce attribuite all’Iran incluse le capacità balistiche, i droni e il sostegno a gruppi proxy: “lasting regional peace and security requires addressing the full spectrum of Iran’s threats, including its ballistic missiles, drones, and support of proxies in the region”.

Un altro punto concreto del comunicato riguarda lo Stretto di Hormuz: i firmatari hanno respinto qualsiasi imposizione di pedaggi o controlli sul passaggio marittimo e hanno ribadito che la navigazione libera e senza restrizioni “remains essential to regional and global security”. Sul Libano, il documento afferma che la piena sovranità non è realizzabile finché gruppi armati extra-statali mantengono capacità militari al di fuori dell’autorità dello Stato, con un chiaro riferimento a Hezbollah e all’importanza di sostenere le Lebanese Armed Forces nella restaurazione del monopolio della forza.

Replica iraniana: accuse, rivendicazioni sullo Stretto e posizioni di dirigenti iraniani

L’Iran’s Foreign Ministry ha risposto definendo il comunicato come “interventionist, irresponsible, and provocative” e ha rigettato le accuse concernenti il suo programma nucleare, che ha definito pacifico. Il ministero ha esortato gli Stati del Golfo a collaborare con Teheran per istituire una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente sottolineando la contraddizione nel criticare l’Iran mentre si ignorano arsenali non dichiarati: esperti stimano che Israele possa disporre di fino a 90 testate pur non essendo parte del Trattato di Non Proliferazione.

Il portavoce del ministero, Esmaeil Baghaei ha strenuamente difeso le scelte di difesa di Teheran, affermando che la sicurezza nazionale e la dignità non sono negoziabili e che il diritto alla legittima autodifesa non può essere sottoposto a condizioni. Inoltre, l’Iran ha criticato l’uso di basi e strutture regionali durante recenti attacchi, invitando gli Stati il cui territorio è stato impiegato a riesaminare la propria posizione alla luce delle obbligazioni del diritto internazionale e del principio di buona vicinanza.

Sul tema dello Stretto di Hormuz l’Iran ha respinto la narrativa che vede eventuali interruzioni come causate da atti iraniani, sostenendo invece che le perturbazioni sono conseguenze di azioni militari statunitensi e israeliane. Teheran ha ricordato che lo Stretto ricade nelle acque territoriali di Iran e Oman e ha richiamato l’attenzione sul 14-point MoU dove si prevede che l’Iran avvii dialoghi con il Sultanato dell’Oman per definire l’amministrazione futura e i servizi marittimi nello Stretto, nel rispetto del diritto internazionale e dei diritti sovrani delle coste.

Posizioni di altri funzionari iraniani e la questione della presenza militare Usa

Figure istituzionali come Kazem Gharibabadi viceministro degli Esteri iraniano, hanno affermato che qualsiasi schema credibile per la sicurezza dello Stretto deve includere il coordinamento con l’Iran e l’applicazione di specifiche clausole dell’accordo di Islamabad, avvertendo del rischio di sospensione di rotte designate in assenza di tale coinvolgimento. Parallelamente, il consigliere Ali Akbar Velayati ha sostenuto che la stabilità del Golfo dipende storicamente dalla gestione iraniana dello Stretto e non dalla pressione militare occidentale, ammonendo che i Paesi periferici della regione hanno una capacità limitata di influire su una “grande riallocazione” strategica.

Nel contesto bellico, l’Iran ha dichiarato di aver colpito 20 siti militari statunitensi dall’inizio del conflitto e ha ripreso il tema della presenza americana nella regione: gli Stati Uniti mantengono di norma circa 40.000 truppe nella zona del Golfo, cifra che è salita a oltre 50.000 truppe durante fasi di escalation. Questi numeri e le mosse strategiche restano fattori chiave nelle tensioni diplomatiche analizzate dai protagonisti coinvolti.

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