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Attentato a Ranucci, emergono dubbi dopo la confessione di Lavitola: cosa non torna

Attentato a Ranucci, emergono dubbi dopo la confessione di Lavitola: cosa non torna

Ci sono molti dubbi dopo le dichiarazioni di Valer Laviola durante l'interrogatorio di garanzia.

Valter Lavitola rimane in carcere ma emergono alcuni dubbi dopo le sue dichiarazioni durante l’interrogatorio di garanzia nel caso dell‘attentato a Ranucci. Ecco cosa non torna.

Attentato a Ranucci, emergono dubbi dopo la confessione di Lavitola

Le dichiarazioni di Valter Lavitola durante l’interrogatorio di garanzia lasciano agli inquirenti molti dubbi, stando a quanto si legge nei vari quotidiani.

Davanti al gip di Roma, Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci del 16 ottobre 2025. L’indagato, che rimane in carcere (il gip ha rigettato la richiesta di domiciliari anche per un concreto il pericolo di fuga), ha però reso affermazioni ritenute “fumose, assolutamente generiche e prive di qualsivoglia indicazione concreta“. Il suo legale, Sergio Cola, intervistato dal Corriere della Sera e da Il Messaggero, ha escluso che Lavitola abbia detto a Ranucci del piano, ma non nega “che il giornalista possa aver sospettato di lui”.

Attentato a Ranucci, cosa non torna della confessione di Lavitola: i dubbi

Tra i dubbi emersi, c’è il fatto che Lavitola ha detto al gip che, poco prima dell’attentato, era venuto a conoscenza di un ipotetico progetto dell’intelligence israeliana di uccidere Ranucci, per via di un servizio di” Report” sulla vicenda del cantiere navale Vittoria.

Questo lo avrebbe spinto a organizzare l’attentato. Visto che “era in pericolo, era minacciato”, avrebbe organizzato l’attentato “per il suo bene, per fargli alzare i livelli di protezione”. Ma per i giudici si tratta di un dato definito come “privo di riscontro“. Lavitola, “pur ammettendo di essere il mandante dell’azione delittuosa”, avrebbe inoltre “cercato di ridimensionare fortemente il ruolo svolto nell’organizzazione dell’attentato, negando sia di essere a conoscenza delle modalità di esecuzione concretamente messe in atto sia di avere svolto il sopralluogo in data 15 settembre 2025“, dice il gip. Lavitola ha così dato la responsabilità delle modalità con cui è stato portato avanti l’attentato al suo factotum, ovvero Clesio Tavres. Secondo i piani originali, dice, non doveva esserci nessuna bomba, ma “quattro o cinque colpi di pistola verso il muro” della villetta di Ranucci a Pomezia. Anche queste affermazioni “appaiono contraddette dalle risultanze in atti che inducono, allo stato, ad escludere che Clesio Tavares possa avere assunto autonome iniziative in merito alle concrete modalità di esecuzione dell’azione delittuosa o, quantomeno che in merito a tali iniziative, l’indagato non abbia dato il suo preventivo consenso.“

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