A quasi otto anni dalla morte di Desirée Mariottini, la famiglia della sedicenne affronta un nuovo capitolo giudiziario: respinta la richiesta di risarcimento da 900mila euro allo Stato, i legali annunciano ora il ricorso in appello.
La morte di Desirée Mariottini e le condanne definitive
Desirée Mariottini morì nell’ottobre del 2018, dopo essere rimasta a Roma a seguito della perdita dell’ultimo autobus per tornare a casa.
La sedicenne fu attirata all’interno di uno stabile abbandonato di via dei Lucani, nel quartiere San Lorenzo, all’epoca conosciuto anche come luogo legato allo spaccio di droga. Secondo quanto ricostruito nel processo, venne drogata con un mix di eroina, cocaina e psicofarmaci e abusata sessualmente mentre si trovava in stato di incoscienza.
Successivamente fu lasciata agonizzante su un letto, senza che venissero chiamati i soccorsi. Il suo corpo venne trovato nella notte tra il 18 e il 19 ottobre 2018.
Per la morte della ragazza sono finiti sotto processo quattro uomini di origine africana: Mamadou Gara, Alinno Chima, Brian Minthe e Yousef Salia, accusati, a vario titolo, di omicidio, violenza sessuale di gruppo, cessione di stupefacenti e morte come conseguenza di altro reato.
In primo e secondo grado sono arrivate pesanti condanne molto pesanti: ergastolo per Gara e Salia, 27 anni per Chima e 24 anni e mezzo per Minthe. Nell’ottobre 2023 la Cassazione ha annullato parzialmente la decisione d’appello, facendo cadere alcune contestazioni, tra cui quella relativa alla violenza sessuale nei confronti di Salia, e disponendo un nuovo giudizio davanti a un’altra sezione della Corte d’assise d’appello di Roma. Il percorso giudiziario si è concluso definitivamente nell’ottobre 2024, quando sono diventate definitive le condanne dei quattro imputati: 22 anni per Mamadou Gara, 26 anni per Alinno Chima, 18 anni per Brian Minthe ed ergastolo per Yousef Salia.
Morte Desirée Mariottini, il Tribunale nega il risarcimento: l’assassino è nullatenente
A quasi otto anni dalla morte di Desirée Mariottini, la vicenda della sedicenne di Cisterna di Latina si arricchisce di un nuovo e doloroso capitolo. Dopo la conclusione definitiva del procedimento penale, per la famiglia resta infatti aperta la questione del risarcimento. Come riportato dal Corriere, i quattro imputati sono stati condannati in via definitiva, ma chi è stato ritenuto responsabile della morte della ragazza non disporrebbe di beni o redditi sufficienti per far fronte alle somme dovute ai familiari.
La madre e la sorella di Desirée, attraverso i propri legali, avevano quindi chiesto allo Stato italiano un risarcimento di circa 900mila euro, richiamando le direttive dell’Unione europea a tutela delle vittime di reati violenti. La richiesta sarebbe stata però respinta dal giudice della seconda sezione civile del Tribunale di Roma. Al centro della decisione ci sarebbe la distinzione tra risarcimento e indennizzo: il primo punta a compensare il danno subito e a ripristinare, per quanto possibile, la situazione precedente; il secondo ha invece una funzione essenzialmente riparatoria e non deve necessariamente corrispondere all’entità effettiva del danno.
Secondo il Tribunale, l’Italia avrebbe già recepito correttamente le disposizioni europee attraverso il Fondo del ministero dell’Interno, previsto proprio per sostenere le vittime quando il responsabile del reato non è in grado di pagare. Nel caso di Desirée sono stati riconosciuti 25mila euro per la violenza sessuale e 50mila euro per l’omicidio. Si tratta, tuttavia, di somme cumulative che devono essere suddivise tra gli aventi diritto, ovvero la madre, la sorella e il padre della ragazza.
La famiglia, però, non intende fermarsi. I suoi legali hanno già annunciato il ricorso alla Corte d’Appello di Roma, contestando la lettura data dal giudice civile e sostenendo che la normativa italiana non sia ancora pienamente conforme ai principi europei. “Non sono state affatto rispettate le direttive Ue in materia”, hanno sostenuto i legali, secondo i quali “le norme italiane non sono ancora del tutto conformi ai principi europei”. Sarà ora la Corte d’Appello a dover stabilire se l’attuale sistema di indennizzo sia realmente sufficiente a garantire quanto previsto dalle norme europee.
