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Lavitola pentito e affranto dopo l’attentato a Ranucci: "Ho inguaiato un mio fratello"

Lavitola pentito e affranto dopo l’attentato a Ranucci: "Ho inguaiato un mio fratello"

Attentato a Sigfrido Ranucci, Lavitola conferma la confessione e sostiene di aver avvertito il giornalista dei rischi già il 7 settembre.

Valter Lavitola torna sull’attentato a Sigfrido Ranucci: dal carcere di Rebibbia conferma la confessione come mandante, ma annuncia nuove dichiarazioni per chiarire movente e modalità dell’azione, tornando anche sull’incontro con il giornalista avvenuto prima dell’esplosione e sui presunti avvertimenti relativi alla sua sicurezza.

Lavitola non ritratta e torna sull’incontro con Ranucci prima dell’attentato

Valter Lavitola conferma la confessione sull’attentato del 16 ottobre 2025 contro Sigfrido Ranucci, ma dal carcere di Rebibbia si prepara a fornire nuove precisazioni sul movente e sulle modalità dell’azione. L’ex editore, che il 12 agosto davanti al gip di Roma ha ammesso di essere stato il mandante, avrebbe ribadito al suo avvocato Arturo Cola di aver agito autonomamente e senza altri mandanti.

Secondo la sua versione, l’obiettivo sarebbe stato quello di organizzare un’azione dimostrativa per favorire un rafforzamento della scorta del conduttore di Report, alla luce delle minacce che quest’ultimo avrebbe ricevuto. La difesa ha chiesto un nuovo interrogatorio e Lavitola intende inoltre rendere dichiarazioni spontanee davanti al Tribunale del Riesame, la cui udienza non è ancora stata fissata.

«Non si tratta di ritrattare, ma di chiarire aspetti che la magistratura ha ritenuto imprecisi», ha spiegato Cola, indicando come punti centrali «la modalità esecutiva dell’attentato» e «il movente». Il ricorso è stato presentato il 15 agosto, dopo che il gip aveva negato i domiciliari ritenendo alcuni passaggi della confessione poco chiari.

Uno degli aspetti sui quali la difesa punta maggiormente riguarda l’incontro del 7 settembre 2025 tra Lavitola e Ranucci nella villetta del giornalista a Torvajanica. Secondo Cola, in quell’occasione il suo assistito «lo avvisò dei pericoli che correva per la sua incolumità», affrontando con lui anche il tema della sicurezza. Un particolare che, se confermato dal conduttore, potrebbe assumere un peso rilevante nella ricostruzione del movente. «Se sentono Ranucci e Ranucci conferma questa cosa, il movente che oggi non è creduto può ricevere dei riscontri formidabili», ha dichiarato il legale a Libero.

Dagli atti citati dal quotidiano emergerebbe che quel giorno Lavitola rimase nella zona per circa due ore e 45 minuti, dopo aver ricevuto dallo stesso Ranucci le indicazioni per raggiungere l’abitazione. Otto giorni più tardi sarebbe tornato insieme al suo factotum Gomes Clesio Tavares, attualmente latitante in Africa, fermandosi per circa mezz’ora davanti alla casa mentre il giornalista era assente.

Resta però da chiarire perché Ranucci, ascoltato dagli inquirenti il 17 ottobre dopo l’esplosione, non avrebbe menzionato l’avvertimento ricevuto a settembre, pur indicando diverse possibili piste, dal narcotraffico messicano di Sinaloa alle vicende legate ai servizi segreti.

Lavitola torna a parlare dell’attentato a Ranucci: “Pentito perché ho inguaiato un mio fratello”

Parallelamente proseguono gli accertamenti sulla banda accusata di aver materialmente piazzato l’ordigno davanti alla villetta di Ranucci. I difensori dei quattro indagati hanno chiesto un interrogatorio ai pm della Dda di Roma: sarebbe il loro primo confronto con i magistrati, dopo essersi finora avvalsi della facoltà di non rispondere. La richiesta arriva dopo la confessione di Lavitola, che ha sostenuto di aver commissionato «un’azione dimostrativa» con modalità differenti rispetto a quanto poi effettivamente accaduto. Nelle sue intenzioni, ha affermato, avrebbero dovuto essere esplosi colpi di pistola contro il muro dell’abitazione e non collocata una bomba. Gli investigatori potrebbero quindi cercare di chiarire quale incarico i quattro avrebbero ricevuto tramite Gomes Tavares e come si sia arrivati all’esplosione.

Dal colloquio di oltre tre ore avuto a Rebibbia con il suo legale emerge anche lo stato d’animo di Lavitola. Cola lo ha descritto come particolarmente provato: «Il dottor Lavitola vive una condizione psicologica non facile perché, per una sua scelta autonoma, ha provocato dei guai a due persone che per lui sono come un figlio, Gomez, e un fratello, il dottor Ranucci. E’ molto affranto».

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