Il Sangue dei vinti: il film delle polemiche

Cinema

Il Sangue dei vinti: il film delle polemiche

Prima rifiutato dal Festival di Venezia e da quello di Roma, poi ripescato da quello dal festival di Roma per finire nella sezione “fuori concorso”: e’ il film delle polemiche, “Il sangue dei vinti”, tratto dal libro omonimo di Gianpaolo Pansa. L’autore del libro e’ sempre stato ferocemente criticato per il suo “revisionismo storico”, e questo libro del 2003, nonostante il grande successo di pubblico, e’ stato oggetto di boicottaggi e censure.
La pellicola comunque e’ stata accolta al Festival del cinema di Roma con molta freddezza da parte del pubblico e della critica. Pochi applausi, molte critiche, alcuni fischi.
Il film, che uscirà prima nelle sale e poi arriverà su Raiuno in due puntate versione fiction, ripercorre la storia di una famiglia lacerata dalle divisioni politiche sul finire della Seconda Guerra Mondiale: un figlio, Ettore (Alessandro Preziosi) aggregato alle brigate partigiane e una figlia Lucia (Alina Nedelea), invece, entrata a far parte della milizia della Repubblica di Salò. Protagonista e’ Franco (Michele Placido), loro fratello, che fa il poliziotto a Roma. Franco indaga sulla morte di una prostituta (Barbora Bobulova) e per una serie di circostanze si ritrova a salvare la figlia di lei, dopo che la mamma, militante dei partigiani, viene fatta prigioniera dai tedeschi.

Più fiction che arte cinematografica da grande schermo, la pellicola cade nel romanzo, a scapito della storia.
Così Placido diviene il protagonista del film, tutto italiano: il poliziotto buono che non si schiera né per gli uni né per gli latri, un po’ il Don Abbondio della situazione.
Il film di Soavi non vuole giudicare ma raccontare. E’ difficile raccontare una parte di storia che e’ ancora una ferita sanguinante per l’Italia: fascisti e partigiani, entrambi carnefici in una guerra dove gli unici buoni sono le vittime delle violenze e soprusi di entrambi.
Pansa racconta una versione storica scomoda a molti politici, ci si può schierare o criticarla con altri documenti storici. Il dibattito storiografico, però, resta fuori le sale cinematografiche.
Si può, certamente, applaudire il regista per il coraggio mostrato nel voler portare sul grande schermo un tema così scottante, nonostante le difficoltà e le censure che ha dovuto affrontare. Ma la denuncia o la verità storica, se di questo si tratta, non può essere romanzata con superficialità per non ledere i sentimenti di qualcuno. La diplomazia meglio lasciarla agli esperti di settore e non alla cinematografia.
Dal punto di vista artistico il film non piace: funziona nel piccolo schermo ma non al cinema.

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